Dopo il Mostro di Firenze non termina il terrore in Italia: il caso di Unabomber

Autore di più di 30 attentati nell’arco di 12 anni, il bombarolo, conosciuto con il nome di Unabomber, è ancora ad oggi uno dei più famosi casi di cronaca nera rimasti irrisolti della storia italiana.

Tra la fine del secolo scorso e l’inizio del ventunesimo secolo, in Italia settentrionale, si sono verificate una serie di esplosioni ripetute che hanno scatenato il panico nella nazione. Le bombe venivano poste in luoghi affollati, con ordigni nascosti in oggetti di uso quotidiano, e hanno causato menomazioni e lesioni a chi/contro chi ne è stato colpito. Il fautore di questi atti violenti, mai identificato non solo per la carenza di tracce tali da smascherarlo e per la mancata rivendicazione delle sue azioni, ma anche a causa dell’assenza di un movente evidente, è stato soprannominato dalla stampa italiana “Unabomber” in correlazione al caso statunitense di Theodore John Kaczynski, uno scienziato che ha eliminato alcuni docenti universitari e studiosi attraverso il recapito di una bomba artigianale direttamente alla vittima prescelta.

Unabomber colpì, secondo le diverse ricostruzioni, tra le 28 e le 33 volte tra il 1994 e il 2006, con una pausa tra il 1996 e il 2000, nelle regioni italiane del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia. Non fu definito né un serial killer, poiché le sue azioni erano dirette a ferire e non ad uccidere, né un terrorista, poiché agiva secondo un movente, seppur sconosciuto, e non rivendicava i gesti criminali né il loro significato. Non fu possibile inoltre  individuare uno schema dei suoi attacchi, ma l’unica evidenza è che furono localizzati nelle zone di Pordenone, di cui sembrava conoscere bene il territorio, e Portogruaro e che mirasse a piccoli centri. Tra i caratteri comuni degli attentati, spiccava la tendenza ad attuarli nei giorni di festa o durante la stagione estiva, in luoghi affollati e particolarmente importanti nel periodo dell’anno in corso.

Il profilo che fu designato per il bombarolo è il ritratto di un uomo tra i 35 e i 50 anni sia per la sua lunga attività, sia per le sue conoscenze nel campo della chimica (nella realizzazione dei suoi ordigni dimostrava infatti una grande perizia manuale e una cura maniacale per i dettagli). A causa dei tempi necessari alla fabbricazione dei suoi dispositivi, si pensava vivesse da solo o in un luogo isolato. Non si esclude che abbia assistito, da lontano, ad alcune delle esplosioni: una vittima, nella sua testimonianza, ha riportato di aver visto un uomo che le sorrideva prima che lei raccogliesse un evidenziatore, rivelatosi poi uno degli oggetti esplosivi incriminati. Nel suo modus operandi tuttavia non è emersa alcuna tendenza all’esibizionismo o l’intenzione di lasciare una firma.

L’ultimo attentato risale al 6 maggio 2006 e sono state ipotizzate diverse ragioni per spiegare la sua inattività: alcuni credono che sia morto, altri che sia stato arrestato per reati diversi senza essere identificato come “Unabomber”, altri ancora che sia semplicemente in pausa o che abbia perso interesse.

Le indagini sul caso di Unabomber sono state dall’inizio problematiche proprio dalla mancanza di un movente, fondamentale da un punto di vista investigativo sebbene trascurabile dal punto di vista processuale, ma anche a causa della sporadicità delle esplosioni, unica fonte di indizi. Tale discontinuità fece credere agli inquirenti che si stesse incorrendo in una pausa e li indusse a sospendere le investigazioni; ciò causò molti errori nelle indagini, intralciate peraltro dalla fuga di notizie. I cittadini provarono a dare il loro contributo fissando delle taglie che però furono fallimentari e, per questo, si è arrivati a pensare che grande parte del mistero sia stata causata proprio dall’omertà collettiva.

La vicenda fu ulteriormente complicata dal cambio troppo frequente dei magistrati e dalla dispersione geografica del posizionamento delle bombe che coinvolsero ben quattro procure: Pordenone, Udine, Venezia e Treviso.

Gli indizi in mano alle autorità erano pochi: gli ordigni esplosi e inesplosi, alcune tracce di DNA, una parziale impronta digitale, i profili criminologici dell’attentatore, la sua tempistica, la sua territorialità e i materiali e le tecniche usati negli esplosivi. Indizi minori furono rappresentati dai testimoni oculari che hanno portato alla realizzazione di un identikit che però rimane ancora piuttosto generico.

Nonostante i numerosi sospetti, l’indagine fu definitivamente archiviata nel 2009 senza colpevoli.

Eppure nel 2023 le indagini sono state riaperte perché i detective, consapevoli del progresso tecnologico degli ultimi anni, ritengono che le prove già raccolte potrebbero diventare determinanti per l’identificazione del responsabile.

Valeria Pioggia 4S

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